mercoledì 28 agosto 2013

Ecclesiaste

Vánitas vanitatum, et ómnia vánitas

mai la Bibbia propose una frase così azzeccata in tempi modern
i

venerdì 23 agosto 2013

Tracce di umanità

Come rimanere umani in un mondo in frantumi?

Tra commenti, grafici excel e analisi vari  decido di accompagnare questo molesto lavoro con le notizie trasmesse dai tg spagnoli. Le notizie scorrono: come al solito abbiamo sezione gossip, scandali vari e disastri di guerra.

Improvvisante sento: "Bomba a Damasco, 20 morti". E da lì l'epifania. Madò, giusto l'altro giorno un mio amico siriano ha pubblicato su face la foto di suo cugino morto ammazzato dai ribelli. 
Altra notizia: "Morti sulla Striscia di Gaza". Buon Gesù, ripenso al migliore amico della mia compagna di studi, accoltellato mentre faceva volontariato a Gaza.
Infine: "Mafia, arrestato capo mafioso della 'Ndrangheta". E ripenso alla merda che ho visto con i miei occhi giù al sud.

Perché la mia attenzione e la mia indignazione sono stati risvegliati solo nel momento in cui il dramma mi ha toccato direttamente o indirettamente?

Perché  una bomba fa male solo se è l'esperienza personale a essere coinvolta nell'esplosione?


Oggi ho ripensato a questa dinamica, a questo meccanismo infingardo che svuota di umanità il poco che mi resta. -Non voglio che questo succeda- penso tra me e me. Non voglio abituare me stessa a ciò che il tg e il mondo ci spaccia come normalità. Non voglio abituarmi al silenzio della mia società, al suo velo di Maya.

La lancetta dell'indifferenza che scandisce la nostra vita quotidiana e l'abulia collettiva rappresentano probabilmente il peggior male da estirpare.

Il fatto è che il mondo continuerà a marcire e la mia indignazione verso questa attitudine continuerà a fare un baffo al bambino africano che muore di fame. Questo è palese.
La questione piuttosto sta nello stigmatizzare questa apatia quotidiana, questo socialmente indifferenti, affinché noi, attori sociali, possiamo cercare di mantenerci umani almeno dentro di noi.

E penso vivamente che mantenere queste tracce di umanità possano aiutare il singolo per le piccole realtà che lo circondano.

E poi chissà, il singolo può diventare plurimo. E io continuo ad alimentare la mia vita di sogni e di utopie, e voglio che continui ad essere così. Voglio un mondo in cui tutti, me compresa, siano decongestionati dalle bende della freddezza e dove finalmente ci sia una solidarietà comune e la "voglia di potercela fare"

Alla fine voglio sedermi dalla parte dell'utopia anche se la maggioranza decide di occupare gli altri posti.


domenica 7 luglio 2013

dissonanze discorsive

C: chissà come stanno, è da sette mesi che non vado a trovarli. Ho appena visto un film e tutto mi ha ricordato mia nonna. Quest'anno non è stato il Natale di sempre. Non ho visto mia nonna. E poi boh, alla fine del film, Annes era lì, ferma a letto. E mia nonna uguale. Mi sento una merda, non sono manco andata a trovarla, e poi...
A: Que yo no tengo la culpa,joder, yo lo he dicho, ella me lo dijo sabes? yo...
C: ... alla fine ci penso, il Parkinson, da un giorno all'altro. Quando non capiva nulla, non ci riconosceva, per colpa dei medicinali, mia mamma, santa donna, va là, torna con qualche kilo in meno, il volto sciupato, stanca...
A: Bueno es que al final, ostia, pues mira, yo se lo dije, que putada, si, que putada, es que..
C: Mi manca, e poi boh... non è facile. Però ecco, penso a lei, in questi giorni le scriverò una lettera, magari, voglio dirle quanto le voglio bene.. la cartolina è spesso anonima, la lettera è un ricordo, è più sentita, vuol dire proprio che l'hai pensata..
A: Es que bueno, me cago en todo, lo que...
C: sì penso che in questi giorni comprerò la lettera, gliela manderò, ecco piango di nuovo. Che idiota che sono. Che poi ci penso a lei. Penso a quella Vigilia. Cristo che tristezza, che desolazione, che scena triste. Il ricordo più bello era quando guardavamo Ben Hur, il sabato pomeriggio. Che bei momenti. E ora... e ora...
A: Joder, el parque, ese momento en el parque, yo no hice nada, que puta y que putada, la noche se me...
C: che poi magari un volo, da qui a là non costa manco tanto, son un'ora e mezza d'aereo, non è molto. Bene, ho deciso, domani prendo carta e penna e le scrivo. Lo faccio.
A: Y yo? y yo que? esssss qqqqq ssss ..........

giovedì 24 gennaio 2013

la cosa più importante nella tua vita

A: "oggi mi è stato chiesto di scrivere qual è la cosa più importante nella mia vita"
B: "e te che hai detto?"
A: "beh ci ho pensato un sacco sai..... e ho scritto "parlare con la gente"..."
B:"Che?!"
A:"sì, parlare con la gente... sentire cos'ha da dirmi, la sua storia, le sue opinioni"
B:"sì ho capito, ma perché?"
A: " lì per lì me lo son chiesta pure io... poi ho pensato e mi son detta che non c'è cosa più bella che conoscere le esperienze e i pensieri altrui... non so, penso che il parlare con le persone sia tipo una scuola per la tua vita... ascoltare qualcuno, le sue esperienze, il suo punto di vista.."
B:"sì, ok però non so come tu faccia a relazionarti con tutti..."
A:"beh insomma, fai conto di essere al tuo primo giorno di scuola... sei lì, con voglia di sapere, non ti permetti di giudicare, hai voglia di imparare dagli altri, dalla maestra... e la vita è un po' quello sai... le persone sono i miei maestri, nessuno escluso... penso che ognuno abbia qualcosa da offrire e da insegnarti... io domando, ascolto e son felice"

venerdì 14 dicembre 2012

perfect strangers

(fermata dell'autobus, Cartuja, h 20:15)

A: Hola, perdona, pero esta manana me pareciò haberte visto. Me hiciste mucha ternura y gracia porque vi que perdiste el autobus mientras corrias. No te desanimaste y corriste hacia la parada siguiente de Gran Via. Es decir mitad de Gran Via de un tiròn, y pensè como corre esa chica.

Yo: Jajajaj pues sì, era yo, es que tengo algunos problemas con los horarios y tengo que remediar corriendo como una desesperada cada vez

A: pues me has hecho mucha gracia. Me llamo Maria Josè, encantada, soy la bibliotecaria del Colegio Loyola

Questa è una città calda, accogliente e umana. Dio, come mi fa star bene Granada

lunedì 3 dicembre 2012

Storie di ordinaria non-follia

A: si parlava della felicità... e mi son chiesto, lo sono mai stato?
B: e tu che ti sei detto?
A: non lo so, cioè in fin dei conti penso di no...
B: ...
A: alla fine non è importante essere felici... è meglio essere tranquilli che felici...
B: io oggi per la prima volta sono stata tranquilla dopo mesi e mesi
A: cioè?
B: sono andata a fare una passeggiata, da sola verso le montagne, oltre il Sacromonte. superata l'abazia c'è un sentiero che attraversa le montagne. le ho attraversate. un sole tiepido che ti scalda il volto. eravamo io, gli uliveti e i mandorli. all'improvviso sento delle campane che mi ricordavano i greggi di pecore che attraversano le strade lì dove sto io in Italia, là nel mio paese, Montalenghe. è un bel paesino, in fin dei conti. ogni tanto devi bloccarti in macchina perché le pecore invadono la strada.
A: sul serio?
B: sì. comunque ho sentito queste campane appese al collo delle pecore, ti stavo dicendo. stavano sul versante opposto della montagna, guidate dai pastori. mi son seduta. e mi son fatta trasportare dal suono di quelle campane. ero serena. finalmente nessuna emozione, nessun sentimento, nessun pensiero. sono stata a guardare le pecore per quasi un'ora, sono stata ad ascoltarle.. sì, insomma non c'è nulla di speciale ad ascoltare delle cazzo di pecore e quelle cazzo di campane...  però Cristo, non mi sentivo così bene da tanto tempo: io, gli ulivi e le pecore

giovedì 8 novembre 2012

Patapierna vs Ballard (o quasi). Perché ci piace sparare a zero su tutto.

Non credo nelle vacanze a Sharm, negli uomini con il costume a forma di slip, nei cani obesi, nei bambini obesi, nello spazio della ventiquattrore, nella gente che sui treni mette lo zaino sul posto quando è tutto pieno sapendo benissimo che ci sarà gente che gli romperà le palle con un :"scusi è libero?"

Non credo nella prepotenza dei vecchi sull'autobus, al loro dovuto rispetto nei loro confronti. Non credo nelle città, non credo nella bellezza di Torino, non credo al "mio posto è questo"

Non credo nell'opera "Cent'anni di solitudine", nella spocchia di Umberto Eco, nei se lo può permettere e nei sogni regalati dal film Dead Poets Society 

Non credo al masochismo liceale nel dover insegnare Kant, nell'utilità dell'ora di Educazione fisica e nelle sopracciglia tatuate della mia vecchia insegnante di ginnastica.

Non credo nei per sempre e nei mai, nell'importanza di dover dare i titoli alle cose




Credo invece nell' amore incoerente del finale di Blow, nel caos ordinato di Mulholland drive, nel fascino di Ivan Karamazov, nella premura di Vromskij e nel doppio jd on the rocks del colonnello Frank Slade.

Credo nella vita di Henry Miller, nel suo amore per Mona, credo nella sbruffonaggine di Bukowski, nelle labbra di Lolita, nel suo eros innato. E credo anche nella'amore tenero e ingenuo di Tereza nei confronti di Tomáš.

Credo nell'ordine delle parole, nel dramma dell'Urlo di Ginsberg e alla tensione post visione di Requiem for a Dream

Credo nella forza della fotografia, nel fascino dell'istante e nel dramma trasmesso dalle foto di Nick Ut 

Credo negli ora e negli adesso, nei singoli episodi, nella casualità, nell'idealizzazione delle cose

Credo nella bellezza del diverso, nella potenza dell'altro

Credo nel dolore, nell'amore e a tutte le altre stronzate che ci riempiono la vita.

Credo nella bellezza di un sorriso sincero, credo nel fascino dei visi rugosi, nelle persone con cui stai bene senza dover per forza dover dire qualcosa per riempire il vuoto del silenzio.

Credo nella bellezza dei paesi.

Credo nella gente che si mangia le unghie e nell'onicofagia come disturbo compulsivo-ossessivo.

Credo nella gente che ha qualcosa da dire, nel dialogo con gente sconosciuta, nella naturalezza di questo gesto e nello stupore di chi non se lo aspetta.

Credo nelle persone, nel loro ruolo di maestri di vita, nell'ascolto.

Credo di credere


giovedì 17 febbraio 2011

Tropico del cancro

In verità era da un po' che volevo proporvi questo indimenticabile frammento di quel fottuto genio chiamato Henry Miller. Siori e siore Tropico del cancro è a mio avviso un capolavoro, è forse Il libro del 900. Ok, forse l'ho sparata, ma credetemi merita per davvero. A voi studio


A volte, è vero, pensavo a Mona, non come una persona in un preciso ambiente spaziale e temporale, ma isolata, staccata, come se fosse balzata su simile a una gran forma di nube, a cancellare il passato. Non potevo permettermi di pensare a lei a lungo;perchè altrimenti mi sarei buttato giù da un ponte. E' strano. M'ero così ben adattato a questa vita senza di lei, eppure pensare a lei solo per un momento bastava a trafiggere l'osso e il midollo della mia soddisfazione e a ributtarmi nella dolorosa fogna del mio sciagurato passato.

Per sette anni andai in giro, notte e giorno, con in mente una cosa sola: lei. Se ci fosse stato un cristiano fedele al suo Dio quanto io ero fedele a lei, oggi saremmo altrettanti gesucristi. Notte e giorno pensavo a lei, anche quando la ingannavo. E ora, a volte, nel bel mezzo delle cose, quando io credo d'essermene completamente liberato, magari voltando l'angolo, saltano fuori una piazzetta, pochi alberi, una panchina, un luogo deserto dove ci eravamo fermati a litigare, dove c'erano state scene di gelosia folle, da impazzire. Sempre un luogo deserto, come la place de l'Estrapade, per esempio, o quelle straduzze sudicie, tetre verso la moschea, o lungo quella tomba spalancata che è avenue de Breteuil, così silenziosa alle dieci di sera, così morta, che ti fa pensare che so? all'assassinio o al suicidio, ma basta che crei un vestigio di dramma umano.

Quando mi rendo conto che lei non c'è più, pertita per sempre, si apre un gran vuoto e mi sembra di cadere, cadere, cadere in un profondo spazio buio. E questo è peggio delle lacrime, più profondo del rammarico, del dolore, della pena: è l'abisso in cui fu precipitato Satana. Non c'è modo di risalire l'abisso, non raggio di luce, non suono di voce umana o umano tocco di dita.

Quante migliaia di volte, passeggiando per le strade di notte, mi son chiesto se sarebbe tornato il giorno ch'io la riavessi al mio fianco: tutte le occhiate di desiderio che lanciavo alle case e alle statue; le guardavo con tanta fame, con tanta disperazione che ormai i miei pensieri devono essere parte integrante degli edifici stessi e delle statue, dovevano essere saturi della mia pena. Non potevo neanche fare a meno di riflettere che quando passeggiavamo insieme per queste strade sudicie e tetre, così sature ora del mio sogno e del mio desiderio, lei non aveva osservato nulla, sentito nulla: erano per lei come ogni altra strada qualsiasi, un poco più sordide, forse, ma basta. Lei non ricordava che a un certo angolo io mi ero fermato a raccogliere la sua forcina, e che, chinandomi a legarle le stringhe, avevo notato il punto in cui s'erano posati i suoi piedi e ci sarei rimasto per sempre, anche dopo che fossero demolite le cattedrali e tutta la civiltà latina fosse stata spazzata via per
sempre.

mercoledì 1 settembre 2010

mercoledì 21 aprile 2010

Ask the dust

Volete sapere della storia di Arturo Bandini, del suo sogno di diventare scrittore e del suo amore non corrisposto per una messicana di nome Camilla Lopez?


Lui, Arturo Bandini, giovane italoamericano ricolmo di grandi sogni che scappa dalle terre del Colorado, abbandona sua madre e si trasferisce nella L.A. degli anni 40.
Da qui parte la caccia all'esperienza, di quei frammenti di realtà che potranno diventare un qualcosa di importante.
Sempre alla ricerca di quel perfetto equilibrio tra realtà e letteratura, tra esperienza vissuta ed esperienza masticata. E'attraversato da personaggi che rappresentano uno vero stupro alla moralità, ma Bandini non cede. Filtra come una caffettiera, estraendo l'aroma di queste storie di uomini senza farsi troppo contaminare. Egli cerca di non essere investito da questi tratti peccaminosi.
Il suo è un lavoro ignobile a dirla tutta: osserva il dramma da attore più o meno passivo, rimugina e scrive.
Grazie ragazzi per avermi dato questi input; rimescolerò tutto e assieme al mio delirio di onnipetanza verrà un capolavoro letterario; ora potete continuare a vivere la vostra vita del cazzo.

Lei, Camilla Lopez, mejicana, giovane cameriera innamorata di un "vero" americano, stronzo fino al midollo che dispregia quei greasers messicani. Bandini se ne innamora, ma come si può ben capire è un amore non corrisposto. Lei inizia a percorrere la strada della disintegrazione fisica, del dispregio per una qualsiasi forma di amor proprio, di quel sedativo naturale di nome maria capace di somatizzare tutto il peso delle delusioni.

Volete sapere della storia di Arturo Bandini,del suo sogno di diventare scrittore e del suo amore non corrisposto per una messicana di nome Camilla Lopez?
Chiedete ai baristi di quegli squallidi locali o ai filippini che stanno per le strade. Chiedete alle Ford arrugginite degli anni 20. Chiedete alle luci fulminate dei motel o ai topi che impestano le loro stanze. Chiedete al vento tagliente che attraversa le strade di L.A. o al faccione di Washington riposto nella baconota da 1$.

Oppure chiedete ad Arturo Bandini, l'uomo che ha imparato ad ascoltare la polvere

domenica 11 aprile 2010

Jules Winnfield e il suo Ezechiele 25:17

« Ezechiele, 25:17. Il cammino dell'uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà, conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in realtà il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare, e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore, quando farò calare la mia vendetta sopra di te! »


ooooooh che belloooooo

E invece è una s*******a.

Sì, non c'è nessun Ezechiele che nel capitolo 25 al versetto 17 recita codeste parole. Il buon "predicatore" cerca di incutere una sorta di timore apocalittico del giudizio del Signore, recitando uno dei versi più significativi della scena cinematografica degli anni 90. Uao ma che stile sto Jules Winnfield!!!
E invece niente, presi per il c**o tutti.
In verità il vero versetto recita la visione di Ezechiele nei confronti dei Filistei abitanti delle terre di Canaan, in conflitto con il popolo israelita e poi sconfitti simbolicamente con l'episodio del gigante Golia (piccolo appunto per chi non lo sapesse)

Ora vi riporto l'autentico verso 17 del capitolo 25 di Ezechiele:

Farò su di loro terribili vendette,
castighi furiosi,
e sapranno che io sono il Signore,
quando eseguirò su di loro la vendetta».


Ecco, la matrice del giudizio divino è sempre presente sia chiaro. Documentandomi con un libro in particolare, ho avuto modo di vedere che il resto sono riferimenti sparsi a concetti, frammenti (insomma un copiataglincolla) dell'Antico/Nuovo Testamento; "il cammino del giusto"(Salmo I), "la buona volontà" dell'evangelista Luca o la "valle delle tenebre" (Salmo 23).


E quindi perchè? Che Jules abbia fatto un mix tra interpretazione propria, passi della Bibbia e sermoni ascoltati da piccolo, quando era obbligato ad andarci per fare la Prima Comunione?

martedì 23 marzo 2010

Ciò in cui credo – James G. Ballard Parte II

Ho assimilato, ho riflettuto e ho analizzato gli appunti del corso. Bene.

Dal post precedente sono rimasta affascinata da lui. Ma fino a un certo punto. E vi spiegherò il perchè.

Egli è Ballard. Un uomo non ordinario. Il suo è uno sguardo itinerante capace di cogliere gli elementi concreti della realtà odierna. Meglio ancora, una sguardo piuttosto maniacale che capta le cose perverse della nostra società.
Egli capisce che gli oggetti godono di atrattiva, sono affascinanti. Questo bastardo ha capito che bisogna vedere il mondo sotto una lente d'ingrandimante e posare l'attenzione sul dettaglio apparentemente più insignificante. Da lì il fascino per questi motel desolati e per quelle griglie delle automobili. Poetico da morire.

Vediamo la questione morbosa che mi turba di lui.
Ballard è un fottuto pazzo. Partiamo da questo presupposto. L'elemento banale che ha captato osservando la società da voyeur diventa il centro morboso attorno la quale girano le esistenze dei suoi personaggi.

Vediamo uno dei suoi libri: "Crash"

In questo libro il corpo diventa il protagonista del libro. La perversione fa da padrone nella storia. La modernità e l'uomo diventano un tutt'uno, trasformandosi così in un modello di unione sessuale estrema tra "il corpo e la macchina". Il protagonista studia tutti gli incidenti d'auto, questa nuova "arte" legata al corpo in relazione alla tecnica. Il Perverso prova eccitazione intellettuale ogni volta che vede degli incidenti per intenderci.Ma perchè?
Perchè osservare l'incidente e quindi la macchina (icona del mondo dei consumi) significa trovare quella dimensione libidica che la società ha mutilato negli uomini.

Ringrazio il mio prof di Filosofia teoretica per questo, ma non mi convince

Non so, è troppo per me.

mercoledì 17 marzo 2010

Ciò in cui credo – James G. Ballard

Vi propongo il testamento spirituale lasciato da un grande autore post-modernista. Mi ci vuole un pò per somatizzare e rifletterci. Vi prometto di darvi la mia opinione e il mio commento un giorno o l'altro. Per il momento fate la fatica di leggerlo tutto perchè ne vale la pena.




Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla.

Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.

Credo nella luce emessa dai televisori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.

Credo nella non esistenza del passato, nella morte del futuro, e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Fürerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporei della principessa Diana.

Credo nei prossimi cinque minuti.

Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.

Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.

Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.

Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione.

Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni.

Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.

sabato 20 febbraio 2010

Lolita: film o libro?

Era da un pò che volevo parlare di Lolita, ma prima di scrivere su di lei volevo vedere il film di Kubrick, "Lolita" per l'appunto.
Devo dire che quel fottuto genio di Kubrick è riuscito in un certo qual modo a riproporre bene questo rapporto scabroso: lei ragazzina sui 12 anni,"ninfetta" dannatamente provocante, sfacciata, ribelle. Lui, Mr. Humbert, docente di letteratura francese, perverso, succube della giovane Lo, lobotomizzato a causa del suo innato istinto verso la provocazione.
Il film parte bene, buona rappresentazione, buona la forma da falsa-ingenua in grado di far uscire quell'odore di eros da parte di Dolores Haze. Dò un bel 9 all'attrice che interpreta il film. Complimenti perchè è entrata perfettamente nella parte della giovane ninfetta seduttrice, sfrontata, che deve solo chiedere per avere, semplicemente ripercorrendo con le sue dita smaltate il volto del cinquantenne.Sì, c'è riuscito Kubrick.

Ma. Sì, cazzo, c'è un Ma. Nabokov è stato migliore. Voglio dire, dalla penna del russo è venuto fuori un qualcosa di migliore. E parlo del gioco di sguardi descritti, degli incontri ravvicinati proibiti, di una mano che scivola attorno al collo del professore, di un'aria nella stanza che sa di libido allo stato puro. Sto parlando di quelle descrizioni non visuali ma scritte che contribuiscono a farti capire appieno l'evoluzione del rapporto tra i due. Forse il crescendo non risalta troppo in Kubrick, forse la censura dell'epoca non ha permesso al regista di poter rappresentare al meglio il libro.

Non so perchè ma mi viene voglia di fare un paragone con Bukowski anche se non ci azzecca nulla. Forse perchè sia Hank che Nabokov parlano di argomenti provocanti. Tra i due non so chi preferisco.
Il russo esprime forse una voluttuosità molto raffinata, dà più spazio all'immaginazione; egli ti dà gli input per far lavorare la tua black box . Dice e non dice, descrive il giusto per farti capire cosa succede ma sei tu lettore che deve continuare il suo abbozzo. Bello, mi piacciono i tipi come lui.
Bukowski, beh lo conoscono tutti lo stile di Hank. Se deve parlare di una scopata con una donna scrive letteralmente la storia di quella scopata. Voglio dire, egli non ha mezzi termini, è schietto e diretto. Però attenzione perchè non è banale. Voglio dire, dietro a quella scopata lui alla fine trae una conclusione. Non so, ci sono modi e modi di descrivere e parlare della vita. Egli sceglie quella più diretta però alla fine di quella sfilza di parole volgari si arriva a qualcosa. Qualcosa che bisogna cogliere abilmente perchè altrimenti lo si interpreta come una mera sommatoria di atti osceni.
Vabbè ho finito con i viaggi mentali spero vi sia venuta voglia di leggere quel libro o vedere almeno il film.

Ah ecco vi rifilo una canzone del Boss. Cosa centra? Una fava ma è da un pò che mi frulla in testa

venerdì 29 gennaio 2010

The Catcher in the Rye

Che diavolo, era da un pò che non ci lasciava qualche pezzo grosso. E per pezzo grosso intendo un VERO pezzo grosso. Per chi non l'avesso capito dal titolo sto parlando di Salinger, autore di "The Catcher in the Rye" più comunemente conosciuto come "Il giovane Holden". Mi ricordo ancora; è stato il primo libro che mi ha regalato mio padre, il primo libro che sconvolge la vita di un adolescente.
Sono convinta che gli adolescenti si distinguano tra quelli che han letto il Giovane Holden durante la gioventù e quelli che non l'hanno letto. E non si tratta di una mera classificazione da odiosa spocchiosa ma è la verità. Voglio dire, secondo me è una tappa fondamentale nella vita di un giovane; all'incirca come prendersi un'allegra ciucca adolescenziale.
Diamine alla fine tutti dobbiamo crepare prima o poi. Questione di tempo soprattutto se si oltrepassa la soglia dei 90, quando ormai sei ridotto abbastanza maluccio. Però cazzo, anche se con 91 anni, sapevo che quello spirito era ancora vivo anche se sotto forma di mummia, sapevo che l'anima di colui che ha prodotto il manifesto della ribellione giovanile respirava ancora.
Ora è morto stecchito e mi dispiace ad essere sincera. Forse perchè veramente segna la tua vita in quella fase dove i ragazzi sono del tutto plasmabili e possono assimilare l'impossibile. Forse perchè al giovane Holden sono legati molti ricordi. Forse perchè in fondo Salinger lo considero come un Marinetti futurista. O forse semplicemente perchè non ho niente di meglio da fare che scrivere su un vecchio appena morto. Pace all'anima sua va.

domenica 17 gennaio 2010

Gatsby chi?

Non vi è mai capitato di aver pensato: " cavolo se solo avessi potuto conoscere quel tipo".
Ecco a me è successo lo stesso per "The Great Gatsby". E dico cazzo se avrei voluto conoscere Gatsby.
Per chi non lo conoscesse è il protogonista del famoso romanzo di Fitzgerald.

Non ho voglia di raccontarvi la storia ma posso dire che il libro è finito troppo male. Quell'alone di mistero che fluttuava attorno a lui gli conferiva il fascino del giovane misterioso, pieno di incognite che ti attrae come una calamita. A fine libro, nonostante la morte tragica, sei ancora lì che ti chiedi: "Ma chi cazzo era Gatsby?" e continui dannatamente a non riuscirti a dare una risposta. Diamine. Mi è rimasto l'amaro in bocca. Che delusione. Forse troppa. Ma forse quel genio di Fitzgerald voleva arrivare a questo. Bastardo, lo sapeva che avrebbe lasciato quest'impressione. Come quando stai per addentare un piatto di carbonara fumante egli è riuscito a far volatizzare tutto. Infame, rimarrò col dubbio su che sapore avesse quel fottuto piatto di carbonara.

Ci sarei uscita volentieri con quel Gatsby. Magari a prendere una birra. Chi lo sa.

mercoledì 16 dicembre 2009

Per sta volta passi

Avevo intenzione di scrivere su quel racconto scabroso di nome Lolita. Chi se la ricorda grazie a Stanley Kubrick, chi per Nabokov, chi altro in relazione ad un atteggiamento tendente alla cortigiana andante ( perchè sono una persona fine e perchè Nabokov si sarebbe rigirato nella tomba se avessi detto tr**a, pace all'anima sua).
Ma sapete cosa vi dico?
Che non ho voglia, ecco tutto per ora. Aggiungerò solo che è un Signor Libro, altro che Bukowski, Henry Miller e John Fante.

giovedì 3 dicembre 2009

Alla ricerca della felicità

Treno per Milano Centrale. Ore 19:00.
Di fronte a me due giovani. Il posto di fianco a me libero. Entra un vecchio traballante. Cappotto lungo grigio di lana, colbacco in testa, denti ingialliti dal fumo dei sigari, occhi di ghiaccio penetranti, barba lunga e un paio di valenki ai piedi. Sembrava un personaggio uscito da qualche romanzo russo, tipo da un Dottor Živago.
Improvvisamente si rivolge a me: “Scusi signorina è libero?”
Un’alitata di alcol sovrasta l’odore acre tipico dei treni lerci. Non si tratta di birra, neanche di vino. Forse di rum; dolciastro, perforante, nauseabondo.
“Prego è libero”
Non so cosa fare, di per sé non c’è nulla da fare se non estrarre dalla cartella Nabokov e continuare a leggere la storia di Lolita. Egli fa lo stesso ma non si tratta della storia di Lolita. Si tratta di “La strada verso la felicità”.
“Quale felicità?” mi chiedo senza potermi dare una risposta. Probabilmente è un libro comprato in qualche bancarella. La copertina indica una sentiero che porta a un qualche Eden sconosciuto. Chissà quale Eden sta ricercando questo vecchio.
“L’ho comprato da poco signorina” si rivolge a me investendo le sue parole di un tocco dolce.
“Si intitola la strada verso la felicità signorina, mi sembra bello.”
Vacillo, mi sento fuori luogo. Razza di idiota che sono, in fondo non c’è niente di male nel parlare con un vecchio ubriaco.
“Ha un titolo molto interessante “ gli rispondo con un sorriso. A questo punto egli ricambia il sorriso.
"Lo penso anch’io signorina” mi aggiunge accompagnato sempre da una evidente titubanza nel comporre una frase ma cercando allo stesso tempo di dissimulare i bicchieri bevuti poco prima.
Così apre il libro, si limita ad osservare le pagine, non le legge. A un tratto percepisco i suoi occhi ricoperti di un velo di lacrime che non cadono, si trattengono, si ancorano saldamente per non lasciarsi andare. “Uno sforzo sovrumano” penso tra me e me.Eccoci a Chivasso . Scendo e ripenso: “Chissà quale strada sogna quel vecchio”.

domenica 29 novembre 2009

Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle

Un diario di vita, un computer, le corse dei cavalli, un uomo che ha frantumato le barriere di tutti i tabù più sconvenienti del XX secolo; un nome solo: Bukowski.

Egli è schietto, realista, non si preoccupa di suscitare scandali . Analizza, filosofeggia meglio davanti a una bottiglia di vino e meglio ancora con la radio sintonizzata su una stazione che emette musica classica; se becchiamo Mahler allora sì che il mondo gli sorride.
Egli si diverte ad osservare la vita delle altre persone, passano accanto a lui come mosche fastidiose: tra di esse non un essere umano; ripudia la gente, meno contatti ha migliore sarà il suo pomeriggio trascorse a scommetere alle corse; ma paradossalmente è il primo ad affermare che la gente è il più grande spettacolo del mondo; e in più non si deve pagare il biglietto.

Blasfemi sono coloro che lo inquadrano come scrittore beat. Blasfemi sono coloro che si limitano alla volgarità del suo linguaggio sconcio per non riuscire a cogliere le perle di uomo che ne ha viste di tutti i colori. Laureato in materia di ospedali, galere e puttane. Ebbene sì chiamatelo dottore, per cortesia.
Diffida dei luoghi comuni, del sapere universale, delle statistiche "perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media". Giustamente.

Egli non parla di amore, di stelle che brillano nel cielo o di cuori infranti: stronzate. Egli parla della vita, del sesso, dell'alcol, della morte. Beato il vero genio, colui che sa esprimere "cose profonde in maniera semplice".

Al diavolo Tolstoj, non sa scrivere, "Guerra e pace" continua ad essere un pessimo libro. Heminghway è accettabile solo nelle sue prime opere. E Pound non lo capisco proprio. Lunga vita invece a Dostoevskij, Fante e Celine. E io aggiungo lunga vita a Chinaski, quel vecchio bastardo, vittima del sogno americano.

mercoledì 21 ottobre 2009

Un video

Che titolo delle balle ma non sapevo che altro scrivere.

Ecco che vi sparo al brucio un figo della musica.
Il resto non conta in questo momento.
Culo chi non lo conosce, culo chi non conosce la canzone.