mercoledì 17 marzo 2010

Ciò in cui credo – James G. Ballard

Vi propongo il testamento spirituale lasciato da un grande autore post-modernista. Mi ci vuole un pò per somatizzare e rifletterci. Vi prometto di darvi la mia opinione e il mio commento un giorno o l'altro. Per il momento fate la fatica di leggerlo tutto perchè ne vale la pena.




Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla.

Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.

Credo nella luce emessa dai televisori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.

Credo nella non esistenza del passato, nella morte del futuro, e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Fürerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporei della principessa Diana.

Credo nei prossimi cinque minuti.

Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.

Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.

Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.

Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione.

Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni.

Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.

sabato 20 febbraio 2010

Lolita: film o libro?

Era da un pò che volevo parlare di Lolita, ma prima di scrivere su di lei volevo vedere il film di Kubrick, "Lolita" per l'appunto.
Devo dire che quel fottuto genio di Kubrick è riuscito in un certo qual modo a riproporre bene questo rapporto scabroso: lei ragazzina sui 12 anni,"ninfetta" dannatamente provocante, sfacciata, ribelle. Lui, Mr. Humbert, docente di letteratura francese, perverso, succube della giovane Lo, lobotomizzato a causa del suo innato istinto verso la provocazione.
Il film parte bene, buona rappresentazione, buona la forma da falsa-ingenua in grado di far uscire quell'odore di eros da parte di Dolores Haze. Dò un bel 9 all'attrice che interpreta il film. Complimenti perchè è entrata perfettamente nella parte della giovane ninfetta seduttrice, sfrontata, che deve solo chiedere per avere, semplicemente ripercorrendo con le sue dita smaltate il volto del cinquantenne.Sì, c'è riuscito Kubrick.

Ma. Sì, cazzo, c'è un Ma. Nabokov è stato migliore. Voglio dire, dalla penna del russo è venuto fuori un qualcosa di migliore. E parlo del gioco di sguardi descritti, degli incontri ravvicinati proibiti, di una mano che scivola attorno al collo del professore, di un'aria nella stanza che sa di libido allo stato puro. Sto parlando di quelle descrizioni non visuali ma scritte che contribuiscono a farti capire appieno l'evoluzione del rapporto tra i due. Forse il crescendo non risalta troppo in Kubrick, forse la censura dell'epoca non ha permesso al regista di poter rappresentare al meglio il libro.

Non so perchè ma mi viene voglia di fare un paragone con Bukowski anche se non ci azzecca nulla. Forse perchè sia Hank che Nabokov parlano di argomenti provocanti. Tra i due non so chi preferisco.
Il russo esprime forse una voluttuosità molto raffinata, dà più spazio all'immaginazione; egli ti dà gli input per far lavorare la tua black box . Dice e non dice, descrive il giusto per farti capire cosa succede ma sei tu lettore che deve continuare il suo abbozzo. Bello, mi piacciono i tipi come lui.
Bukowski, beh lo conoscono tutti lo stile di Hank. Se deve parlare di una scopata con una donna scrive letteralmente la storia di quella scopata. Voglio dire, egli non ha mezzi termini, è schietto e diretto. Però attenzione perchè non è banale. Voglio dire, dietro a quella scopata lui alla fine trae una conclusione. Non so, ci sono modi e modi di descrivere e parlare della vita. Egli sceglie quella più diretta però alla fine di quella sfilza di parole volgari si arriva a qualcosa. Qualcosa che bisogna cogliere abilmente perchè altrimenti lo si interpreta come una mera sommatoria di atti osceni.
Vabbè ho finito con i viaggi mentali spero vi sia venuta voglia di leggere quel libro o vedere almeno il film.

Ah ecco vi rifilo una canzone del Boss. Cosa centra? Una fava ma è da un pò che mi frulla in testa

venerdì 29 gennaio 2010

The Catcher in the Rye

Che diavolo, era da un pò che non ci lasciava qualche pezzo grosso. E per pezzo grosso intendo un VERO pezzo grosso. Per chi non l'avesso capito dal titolo sto parlando di Salinger, autore di "The Catcher in the Rye" più comunemente conosciuto come "Il giovane Holden". Mi ricordo ancora; è stato il primo libro che mi ha regalato mio padre, il primo libro che sconvolge la vita di un adolescente.
Sono convinta che gli adolescenti si distinguano tra quelli che han letto il Giovane Holden durante la gioventù e quelli che non l'hanno letto. E non si tratta di una mera classificazione da odiosa spocchiosa ma è la verità. Voglio dire, secondo me è una tappa fondamentale nella vita di un giovane; all'incirca come prendersi un'allegra ciucca adolescenziale.
Diamine alla fine tutti dobbiamo crepare prima o poi. Questione di tempo soprattutto se si oltrepassa la soglia dei 90, quando ormai sei ridotto abbastanza maluccio. Però cazzo, anche se con 91 anni, sapevo che quello spirito era ancora vivo anche se sotto forma di mummia, sapevo che l'anima di colui che ha prodotto il manifesto della ribellione giovanile respirava ancora.
Ora è morto stecchito e mi dispiace ad essere sincera. Forse perchè veramente segna la tua vita in quella fase dove i ragazzi sono del tutto plasmabili e possono assimilare l'impossibile. Forse perchè al giovane Holden sono legati molti ricordi. Forse perchè in fondo Salinger lo considero come un Marinetti futurista. O forse semplicemente perchè non ho niente di meglio da fare che scrivere su un vecchio appena morto. Pace all'anima sua va.

domenica 17 gennaio 2010

Gatsby chi?

Non vi è mai capitato di aver pensato: " cavolo se solo avessi potuto conoscere quel tipo".
Ecco a me è successo lo stesso per "The Great Gatsby". E dico cazzo se avrei voluto conoscere Gatsby.
Per chi non lo conoscesse è il protogonista del famoso romanzo di Fitzgerald.

Non ho voglia di raccontarvi la storia ma posso dire che il libro è finito troppo male. Quell'alone di mistero che fluttuava attorno a lui gli conferiva il fascino del giovane misterioso, pieno di incognite che ti attrae come una calamita. A fine libro, nonostante la morte tragica, sei ancora lì che ti chiedi: "Ma chi cazzo era Gatsby?" e continui dannatamente a non riuscirti a dare una risposta. Diamine. Mi è rimasto l'amaro in bocca. Che delusione. Forse troppa. Ma forse quel genio di Fitzgerald voleva arrivare a questo. Bastardo, lo sapeva che avrebbe lasciato quest'impressione. Come quando stai per addentare un piatto di carbonara fumante egli è riuscito a far volatizzare tutto. Infame, rimarrò col dubbio su che sapore avesse quel fottuto piatto di carbonara.

Ci sarei uscita volentieri con quel Gatsby. Magari a prendere una birra. Chi lo sa.

mercoledì 16 dicembre 2009

Per sta volta passi

Avevo intenzione di scrivere su quel racconto scabroso di nome Lolita. Chi se la ricorda grazie a Stanley Kubrick, chi per Nabokov, chi altro in relazione ad un atteggiamento tendente alla cortigiana andante ( perchè sono una persona fine e perchè Nabokov si sarebbe rigirato nella tomba se avessi detto tr**a, pace all'anima sua).
Ma sapete cosa vi dico?
Che non ho voglia, ecco tutto per ora. Aggiungerò solo che è un Signor Libro, altro che Bukowski, Henry Miller e John Fante.

giovedì 3 dicembre 2009

Alla ricerca della felicità

Treno per Milano Centrale. Ore 19:00.
Di fronte a me due giovani. Il posto di fianco a me libero. Entra un vecchio traballante. Cappotto lungo grigio di lana, colbacco in testa, denti ingialliti dal fumo dei sigari, occhi di ghiaccio penetranti, barba lunga e un paio di valenki ai piedi. Sembrava un personaggio uscito da qualche romanzo russo, tipo da un Dottor Živago.
Improvvisamente si rivolge a me: “Scusi signorina è libero?”
Un’alitata di alcol sovrasta l’odore acre tipico dei treni lerci. Non si tratta di birra, neanche di vino. Forse di rum; dolciastro, perforante, nauseabondo.
“Prego è libero”
Non so cosa fare, di per sé non c’è nulla da fare se non estrarre dalla cartella Nabokov e continuare a leggere la storia di Lolita. Egli fa lo stesso ma non si tratta della storia di Lolita. Si tratta di “La strada verso la felicità”.
“Quale felicità?” mi chiedo senza potermi dare una risposta. Probabilmente è un libro comprato in qualche bancarella. La copertina indica una sentiero che porta a un qualche Eden sconosciuto. Chissà quale Eden sta ricercando questo vecchio.
“L’ho comprato da poco signorina” si rivolge a me investendo le sue parole di un tocco dolce.
“Si intitola la strada verso la felicità signorina, mi sembra bello.”
Vacillo, mi sento fuori luogo. Razza di idiota che sono, in fondo non c’è niente di male nel parlare con un vecchio ubriaco.
“Ha un titolo molto interessante “ gli rispondo con un sorriso. A questo punto egli ricambia il sorriso.
"Lo penso anch’io signorina” mi aggiunge accompagnato sempre da una evidente titubanza nel comporre una frase ma cercando allo stesso tempo di dissimulare i bicchieri bevuti poco prima.
Così apre il libro, si limita ad osservare le pagine, non le legge. A un tratto percepisco i suoi occhi ricoperti di un velo di lacrime che non cadono, si trattengono, si ancorano saldamente per non lasciarsi andare. “Uno sforzo sovrumano” penso tra me e me.Eccoci a Chivasso . Scendo e ripenso: “Chissà quale strada sogna quel vecchio”.

domenica 29 novembre 2009

Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle

Un diario di vita, un computer, le corse dei cavalli, un uomo che ha frantumato le barriere di tutti i tabù più sconvenienti del XX secolo; un nome solo: Bukowski.

Egli è schietto, realista, non si preoccupa di suscitare scandali . Analizza, filosofeggia meglio davanti a una bottiglia di vino e meglio ancora con la radio sintonizzata su una stazione che emette musica classica; se becchiamo Mahler allora sì che il mondo gli sorride.
Egli si diverte ad osservare la vita delle altre persone, passano accanto a lui come mosche fastidiose: tra di esse non un essere umano; ripudia la gente, meno contatti ha migliore sarà il suo pomeriggio trascorse a scommetere alle corse; ma paradossalmente è il primo ad affermare che la gente è il più grande spettacolo del mondo; e in più non si deve pagare il biglietto.

Blasfemi sono coloro che lo inquadrano come scrittore beat. Blasfemi sono coloro che si limitano alla volgarità del suo linguaggio sconcio per non riuscire a cogliere le perle di uomo che ne ha viste di tutti i colori. Laureato in materia di ospedali, galere e puttane. Ebbene sì chiamatelo dottore, per cortesia.
Diffida dei luoghi comuni, del sapere universale, delle statistiche "perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media". Giustamente.

Egli non parla di amore, di stelle che brillano nel cielo o di cuori infranti: stronzate. Egli parla della vita, del sesso, dell'alcol, della morte. Beato il vero genio, colui che sa esprimere "cose profonde in maniera semplice".

Al diavolo Tolstoj, non sa scrivere, "Guerra e pace" continua ad essere un pessimo libro. Heminghway è accettabile solo nelle sue prime opere. E Pound non lo capisco proprio. Lunga vita invece a Dostoevskij, Fante e Celine. E io aggiungo lunga vita a Chinaski, quel vecchio bastardo, vittima del sogno americano.